2 ottobre 2007
Come è facile quando si è immersi nella lettura con la complicità di buona musica, “perdersi” nella sensazione che il tempo si sia fermato in qualcosa che ci accompagna lievemente ed è allora che ci si accorge di quanto sia brutto il risveglio! Stomachevole soprattutto la sensazione che ciò che accade oggi è la copia neanche tanto riuscita, di quanto accadeva ieri; cambiano i pupi ma il puparo è sempre ed inesorabilmente lo stesso. Vecchi malcostumi che si ripropongono con rinnovato vigore, assumono una maggiore “presentabilità”. Ragione e sentimento suggeriscono che il rendimento individuale sia la somma della condotta e delle attitudini che caratterizzano la persona. Risultati deludenti o comunque non eccelsi rimandano quindi solo ed esclusivamente alle carenze di condotta oppure di merito. Detto in questi termini nulla da eccepire eppure la realtà sembra insegnarci diversamente; osservando l’inciviltà dei comportamenti discutibili, dove si palesa l’incapacità e la scarsa attitudine a rendere, non si adduce alla responsabilità individuale bensì ad una carenza di disciplina e quindi di sistema. In sostanza la scuola e con essa la società, tanto per capirci, non funziona. Inoltre non si risolve più in modo “istituzionale” la condotta illegale del prossimo attraverso la frase “ti denuncio” (se non per ribadire in maniera arrogante e presuntuosa quello che potrebbe essere definito mancanza di umiltà e infantile capriccio), ma in privato cedendo al ricatto e divenendo così facendo correo. Una sorta di mutuo soccorso che sa tanto di massoneria per non dire peggio. Ad anni di scandali, condotte disdicevoli, invece di opporre una decisa moralizzazione della classe politica e della classe dirigente, siamo stati solo capaci, come popolino, di proporci con un cinismo immoralista che cristallizza l’opinione pubblica e che sopratutto non eleva ma deprime il necessario livello di indignazione di fronte all’indecenza, la molla per la dovuta ribellione. Questo in fondo non è altro che il danno di duemila anni di morale cristiana, e mi spiego perché; la morale cristiana giudica individualmente e individualmente scatta il perdono. In pubblico si proclama e si difende la regola mentre nel privato del confessionale ci si pente di averla trasgredita. In fondo è proprio la doppiezza della morale e della coscienza degli italiani che impedisce la maturità della società civile. Stiamo assistendo ad una vera e propria involuzione in quanto le nuove generazioni, soprattutto con le nuove tecnologie a cui non certo arrivano perseguendo un percorso formativo alternativo (saper fare i conti a mano e non solo con la calcolatrice ad esempio), generano nuove intelligenze non necessariamente più evolute, anzi, abbiamo ragionamenti, dialoghi e riflessioni sempre meno sequenziali e sempre più simultanei, un po’ come il linguaggio degli sms. Quale sarà l’esito di questo? Non più l’incomunicabilità esistenziale ma di sistema. Esiste una leggenda confuciana la quale narra di uno scrittore che invece di lavorare di carta ed inchiostro, visti gli scarni risultati, cominciò a fabbricare occhi per vedere che dispensava ad amici e conoscenti. D’altronde vedere le cose che ci circondano con la coscienza critica è divenuta un’arte in declino in tempi di omologazione per dirla alla Pier Paolo Pasini. “Le utopie dei deboli, sono la paura dei forti” parole profetiche dell’economista assassinato dalle B.R. Tarantelli, che ci aiutano a capire come e perché una società deve necessariamente cercare punti di rottura per la ricerca di compromessi migliorativi. Non stiamo parlando della ricerca di uno stato delinquenziale dove tutto sia privo di regole, bensì di una percezione costante e continua che implica la creazione delle condizioni per un’adeguata mobilità sociale, vero perno dello sviluppo di una società. C’è una contraddizione che esprime l’esasperazione di questo malanno della società, di questa mancanza cronica di civiltà e di una degna società civile. Una professione molto ambita almeno nelle intenzioni è l’attività del giornalista. Forse il paradosso nasce dall’equivoco che vuole il giornalista solo quello che “appare” in televisione; ma così non è anzi, il giornalista è dietro la notizia perché la segue e la cerca dove molti non saprebbero trovarla. Ecco perché è giornalista Saviano con le sue “indagini” sulla malavita casalese, ecco perché è giornalista Politkoskaja che indaga sui corti circuiti tra politica e terrorismo, ecco perché è giornalista Alpi che indaga sul traffico di armi e rifiuti tossici in Somalia, ecco perché è giornalista Giancarlo Siani redattore del Mattino che denunciò la pericolosità del traffico di eroina e l’efferatezza della camorra nei primi anni ottanta, ma soprattutto ecco perché non è giornalista chi siede in una comoda poltrona, in un moderno studio davanti ad una telecamera a leggersi gobbi o dispacci scritti all’occorrenza da altri. Ennesimo inganno dell’effimero mondo della televisione assurto a wildiano specchio della nostra società.



Che sorpresa!
E’ sempre un piacere rileggerti e ritrovarti.